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Relazione storica di Siro Offelli

La fortificazione in caverna del Priaforà

Il caposaldo principale della linea difensiva di resistenza ad oltranza era il monte Priaforà, che fronteggiava le posizioni nemiche sul Cimone da una distanza in linea d’aria di circa 4.400 m e da una quota 430 m più elevata, e dominava la Val Posina, la Val Riofreddo e lo sbocco della Val d’Astico nella conca di Arsiero. Perciò il contrafforte nord-ovest della sua cima fu trasformato in una rocca inespugnabile, ricavando all’interno una vasta fortificazione in caverna disposta su quattro piani, collegati tramite scale collocate in pozzi verticali.

I lavori di scavo all’interno del torrione roccioso erano iniziati verso la fine di dicembre del 1916, quando l’abbondante innevamento del terreno aveva impedito la prosecuzione delle opere difensive esterne, e furono eseguiti dalla seconda metà della 32ª compagnia minatori secondo le direttive del colonnello Giuseppe D’Havet, comandante del Genio del V Corpo d’armata, il cui settore di competenza si estendeva dalla Vallarsa al monte Brazome, e comprendeva quindi anche il massiccio del Novegno e il Priaforà.

Per lo scavo furono impiegati 6 compressori con motori a scoppio, che alimentavano 10 perforatrici pneumatiche. Il trasporto dei compressori, del carburante, di tutte le attrezzature necessarie e degli esplosivi da mina fu particolarmente disagevole, perché la via d’accesso all’imbocco della galleria, che saliva dal Passo Campedello, era solo una pista battuta sul pendio innevato.

Dal 1º maggio 1917, il limite di demarcazione tra i settori di competenza del V e del contiguo X Corpo d’armata fu spostato sul monte Spin, a ovest del Novegno, perciò i lavori di scavo della fortificazione in caverna sulla cima del Priaforà furono continuati dalla 17ª compagnia minatori del 5º reggimento Genio e da quattro centurie lavoratori di Milizia Territoriale.

In primavera, dopo lo scioglimento della neve, fu realizzata una larga mulattiera che, dal Passo Campedello, solcava il versante ovest del monte Giove e saliva con pendenza costante fino all’ingresso della fortificazione del Priaforà. La mulattiera si trovava in vista degli osservatori austro-ungarici situati sul monte Maio, e quindi poteva essere bombardata dalle batterie nemiche piazzate sul monte Seluggio e sul Tormeno, perciò fu necessario mascherarla con stuoie e frasche. Inoltre, nel pendio a monte della mulattiera furono scavati 17 piccoli ricoveri in caverna distribuiti lungo il percorso, perché fosse possibile raggiungere la fortificazione sulla cima senza eccessivo rischio anche durante violenti bombardamenti, procedendo a sbalzi tra una salva e l’altra del tiro.

L’ingresso della fortificazione, situato ai piedi della parete sud del contrafforte occidentale della cima, immetteva nel piano inferiore tramite una lunga galleria, dalla quale si diramavano gli accessi alle caverne per le artiglierie e le mitragliatrici, a quelle per il corpo di guardia ed il posto di medicazione, alla grande vasca in calcestruzzo per l’acqua potabile e ad altri tre locali sotterranei assai più vasti, in due dei quali erano state costruite le baracche per alloggiare la guarnigione e nel terzo per il deposito delle munizioni.

Nel versante ovest del torrione di roccia erano state scavate tre caverne per artiglierie con feritoie di tiro orientate verso il Soglio dell’Incudine, da armare in caso di necessità con cannoni campali da 75 A su affusto a deformazione, che sparavano granate dirompenti da 6,298 kg con una gittata massima di 8.400 m, perciò potevano battere d’infilata l’intero versante nord della dorsale dal monte Spin a Cima Alta, garantendo un’efficace tiro di fiancheggiamento alla linea trincerata di resistenza ad oltranza.

Le loro cannoniere erano perfettamente defilate alla vista e al tiro nemico dalla sporgenza naturale del contrafforte nord-ovest della cima, e quindi non era stato necessario restringerne l’apertura; perciò lo spostamento del brandeggio laterale dei cannoni veniva fatto ruotando la coda dell’affusto intorno ad un fulcro corrispondente alla mezzeria dell’assale delle ruote.

Due di queste caverne erano situate a destra dell’ingresso della fortificazione e un’altra alla sua sinistra, e in quest’ultima fu installato poi un gruppo elettrogeno con motore a scoppio, che alimentava l’impianto d’illuminazione delle gallerie, i riflettori accoppiati alle mitragliatrici e i ventilatori per l’aerazione delle caverne della batteria principale.

All’interno del versante settentrionale del torrione roccioso erano state scavate quattro caverne per i cannoni della batteria principale, la prima delle quali, partendo da ovest, era orientata con direttrice di tiro sul Passo della Borcola, la seconda su Cima Valbona, la terza sullo Spitz di Tonezza e la quarta sul monte Cimone. In una quinta caverna più piccola delle altre, realizzata a est della quarta, fu installato probabilmente un riflettore da 90 cm.

Questa batteria in caverna, resa operativa nel giugno del 1917, fu armata con cannoni campali Ansaldo da 105 A, che avevano una bocca da fuoco lunga 2.987 mm, pari a circa 28,5 volte il calibro, incavalcata su un affusto a deformazione munito di ruote, e pesavano in batteria 2.470 kg. Con granate dirompenti Ansaldo da 15,500 kg e cariche di lancio da 1.360 g di balistite avevano una gittata massima di 10.400 m, che aumentava fino a 12.800 m impiegando granate francesi in ghisa acciaiosa da 15,750 kg e cariche di lancio da 1.950 g di “Polvere B” francese. Perciò la batteria era in grado di colpire efficacemente anche le retrovie nemiche situate a nord dei monti Maggio, Toraro, Campomolon, Melegnon e Spitz di Tonezza.

Ognuna di queste caverne era abbastanza larga da permettere un brandeggio orizzontale del pezzo di 30º a destra e di altri 30º a sinistra, tramite lo scorrimento laterale dell’affusto intorno ad un centro di rotazione situato quasi in prossimità della volata della bocca da fuoco, spostando il vomere di coda in un canaletto ad arco di cerchio e facendo scivolare le ruote del cannone su dei tavoloni di legno. La regolazione precisa del brandeggio si completava poi mediante i congegni di puntamento del cannone, la cui bocca da fuoco poteva ruotare rispetto all’affusto entro un settore orizzontale di 13,5º.

A causa della notevole ampiezza del settore orizzontale di tiro richiesto a questi pezzi e dello spessore assai rilevante della parete frontale delle caverne in cui erano piazzati, fu necessario aprire delle cannoniere molto svasate verso l’esterno, che sarebbero risultate visibili agli osservatori nemici sul Cimone e quindi potevano essere bersagliate con tiri d’imbocco dalle batterie austro-ungariche piazzate sul monte Seluggio e sull’altopiano di Tonezza, perciò furono mascherate con tendoni dipinti e ristrette all’interno con una strozzatura di calcestruzzo.

Secondo le norme italiane per la costruzione delle caverne per artiglierie, la volata dei pezzi di medio calibro doveva sporgere oltre la strozzatura della feritoia di tiro di almeno 30 cm, affinché la vampa dello sparo non potesse riversarsi all’interno della caverna, ustionando i serventi. E poiché, nei cannoni campali da 105 A, la parte della bocca da fuoco prominente oltre il cerchione delle ruote del loro affusto era piuttosto corta, per restringere la cannoniera ricavata nella parete frontale delle caverne erano stati eretti al suo interno due grossi muri laterali di cemento armato addossati alla roccia, che riducevano l’apertura ad una feritoia stretta e abbastanza alta da permettere di sfruttare completamente il settore verticale di tiro consentito dall’affusto del cannone, la cui bocca da fuoco era inclinabile da – 5º in depressione a + 37º in elevazione.

Per proteggere i cannoni dallo stillicidio prodotto dalla condensazione dell’aria umida sulla roccia fredda dell’interno, nei fori praticati appositamente con le perforatrici nel soffitto delle caverne della batteria principale erano stati piantati dei pioli conici di legno, ai quali fu poi inchiodato un controsoffitto di lamiere ondulate, che raccoglievano le gocce d’acqua e le facevano defluire verso le pareti laterali.

All’interno del piano inferiore erano state realizzate anche tre postazioni in caverna per mitragliatrici, destinate alla difesa ravvicinata della fortificazione. La prima di queste si trovava a sinistra dell’ingresso e in posizione più elevata, per sbarrare l’ultimo tratto della mulattiera proveniente dal Passo Campedello, la seconda era stata ricavata nel versante ovest del torrione, per interdire il transito dalla mulattiera della Val Longa, e un’altra era situata a destra della batteria principale del versante nord, per battere d’infilata la doppia fascia di reticolati stesi per impedire un’eventuale attacco nemico attraverso le cannoniere.

Inoltre, al termine di un cunicolo che si diramava a destra della galleria principale, prima dell’alloggiamento del corpo di guardia all’ingresso, era stato costruito uno spalto esterno in calcestruzzo con 11 feritoie per tiratori e una piazzola per mitragliatrice, riparato sotto una balma sporgente della parete di roccia, che sovrastava l’ultimo tratto della mulattiera d’accesso alla fortificazione ed il pendio sottostante.

Il secondo piano della fortificazione, realizzato una decina di metri più in alto di quello inferiore ed accessibile dalla caverna ovest della batteria principale tramite scale metalliche collocate in un camino verticale, era costituito da una galleria scavata lungo i versanti nord e ovest del torrione, dalla quale si diramavano cinque postazioni in caverna per mitragliatrici, con feritoie di tiro orientate da nord-est a sud-ovest, e si poteva uscire su una sesta postazione esterna, ricavata nel crinale sud del torrione e protetta da un muretto.

Al terzo piano, situato circa 25 metri sopra quello inferiore, si saliva dal secondo tramite rampe di scale inserite in un altro camino verticale, scavato tra la prima e la seconda postazione per mitragliatrice a partire da est. In questo piano era stata realizzata la sala comando della fortificazione, con la parete d’ingresso in calcestruzzo e il pavimento di cemento lisciato come quello degli alloggiamenti della guarnigione, situati al piano inferiore. Davanti alla sala comando era stata scavata una galleria con un tratto centrale più largo, perché durante i bombardamenti potessero trovarvi riparo i soldati di guardia all’esterno, e con due ramificazioni che davano accesso al “cammino di ronda”, una delle quali aveva l’uscita sul lato est del torrione e l’altra su quello nord-ovest.

Questo “cammino di ronda” era un sentiero largo poco più di un metro che cingeva completamente la cima del Priaforà, passando su cenge ricavate perlopiù artificialmente, ed era completato da una ventina di piccoli ricoveri in caverna opportunamente distribuiti lungo il percorso, perché i soldati in servizio di vigilanza esterna riuscissero a rientrare a sbalzi nella fortificazione se fossero stati sorpresi da un improvviso bombardamento. I tratti del “cammino di ronda” in vista delle posizioni austro-ungariche erano stati protetti da parapetti di pietrame a secco, che potevano anche essere fatti precipitare a valle se fosse stato necessario respingere eventuali attacchi nemici.

Inoltre, in particolare nei punti sovrastanti i canaloni meno impervi del versante nord, erano state collocate delle tramogge di legno ribaltabili, riempite con grosse pietre, alle quali sarebbe bastato sfilare il chiavistello di fermo per rovesciare il loro contenuto sui nemici che avessero tentato un attacco. Come ulteriore dispositivo di difesa, esternamente al “cammino di ronda” erano stati predisposti anche dei pozzetti per mine, con cui provocare il distacco di enormi massi strapiombanti da far precipitare a valle nell’evenienza di un attacco nemico in forze.

Il quarto piano, situato una decina di metri più in alto del terzo, era accessibile dall’interno della fortificazione tramite scale metalliche collocate nella prosecuzione del camino verticale che collegava i due piani sottostanti, ma anche per un sentiero mascherato del tratto occidentale del “cammino di ronda” che saliva all’ingresso ricavato nel versante sud del contrafforte, dal quale aveva inizio una galleria che si biforcava portando a due posti d’osservazione in caverna, con feritoie orientate a nord e a nord-est.

Lo scavo della fortificazione fu ultimato verso la fine di agosto del 1917; poi restarono sul Priaforà solo alcune squadre di lavoratori specializzati che dovevano completare le finiture, realizzare gli impianti ed occuparsi delle manutenzioni. Infatti, le gallerie, le caverne d’artiglieria e tutti i locali sotterranei furono illuminati con lampadine elettriche e aerati con ventilatori.

Inoltre, per rifornire d’acqua potabile il presidio del Priaforà, fu realizzata una conduttura forzata alimentata da una stazione di pompaggio situata a Bosco del Tretto, che risaliva la Val Brazome ed arrivava nella grande vasca di calcestruzzo costruita all’interno del piano inferiore della fortificazione, superando un dislivello di quasi 800 metri.

Il presidio della fortificazione era alloggiato in alcune baracche di legno costruite in posizioni ben defilate del versante sud-ovest della cima e anche di quello sud-est, dove in una vasta cavità esistente ai piedi della parete di roccia fu montata una baracca prefabbricata tipo Pasqualini, lunga 20 metri e larga 5, alla quale si arrivava passando attraverso l’arco naturale della cresta sud.

Passando attraverso quest’arco si raggiungeva anche una postazione in caverna per mitragliatrice, realizzata ampliando una cavità naturale esistente poco più a sud, dalla quale era possibile battere la mulattiera proveniente dall’Aralta e il pendio sovrastante la linea di resistenza ad oltranza del versante orientale del monte. La postazione era collegata mediante una linea telefonica con un osservatorio ricavato nel lato opposto della cresta, a nord dell’arco del Priaforà, dalla cui feritoia si dominava lo sbocco della Val d’Astico e l’intera conca di Arsiero.

Gli armamenti e i macchinari di peso notevole destinati alla fortificazione del Priaforà venivano trasportati con autocarri fin sulla conca del Novegno, che era collegata alla pianura vicentina tramite due strade camionabili provenienti da Timonchio e da Poleo, già realizzate negli anni precedenti il conflitto per raggiungere le postazioni per batterie occasionali di cannoni da 120 mm predisposte sui monti Rivon e Vaccaresse.

Ma per garantire al presidio rifornimenti costanti anche durante la stagione invernale fu installata una teleferica B.B.B., prodotta dalla ditta Badoni, Bellani & Benazzoli di Lecco, realizzata in due tronchi, il primo dei quali saliva dalla contrada Alba del Tretto a malga Brazome e il secondo dalla malga suddetta a Campedello, che in 18 ore giornaliere di lavoro poteva trasportare fino a 36 tonnellate di materiali e munizioni.

Per poter rifornire il presidio anche durante eventuali bombardamenti, dal Passo Campedello era stata realizzata un’ulteriore via d’accesso alla fortificazione in caverna tramite due mulattiere defilate alla vista degli osservatori nemici, che risalivano il pendio sud del monte Giove fino all’imbocco di un camminamento lungo circa 750 m, sostanzialmente simile ad una mulattiera scavata profondamente nella roccia della dorsale, con traverse che interrompevano i tratti dritti, nelle quali erano state ricavate delle nicchie di ricovero e postazioni per mitragliatrici in grado di battere d’infilata il camminamento per impedire eventuali irruzioni nemiche. Poco prima dell’arco naturale del Priaforà, il camminamento si collegava alla mulattiera del versante ovest attraverso una galleria lunga una trentina di metri, la cui uscita era difesa da una postazione in caverna per mitragliatrice ricavata al termine di una diramazione laterale, che batteva da sud anche l’accesso alla fortificazione, incrociando il suo tiro con quella piazzata a lato dell’ingresso del piano inferiore.

Dopo la fine della “Strafexpedition” ed il ripiegamento sulla nuova “Winterstellung”, l’11. Armee austro-ungarica aveva mantenuto sostanzialmente un atteggiamento difensivo, perciò il fronte dell’Alto Vicentino si era stabilizzato e la fortificazione sulla cima del Priaforà, preceduta da una linea difensiva avanzata e dalla seconda linea di resistenza ad oltranza, non doveva temere alcun attacco diretto, perciò era presidiata solo dagli artiglieri della batteria da 105 mm.

Ma il 24 ottobre 1917 la 14ª Armata austro-tedesca aveva sfondato il fronte dell’Isonzo tra Plezzo e Tolmino, costringendo la maggior parte dell’esercito italiano a ritirarsi sulla sponda destra del Piave e sul massiccio del Grappa. Di conseguenza, anche la 6ª Armata, pur non essendo stata attaccata, aveva dovuto ripiegare sulla fascia meridionale dell’altopiano di Asiago per allinearsi con le difese del Grappa.

Il Comando Supremo italiano non poteva escludere che l’Heeresgruppe Conrad tentasse un’ulteriore offensiva dal Trentino verso la pianura vicentina, per aggirare alle spalle le armate italiane che si stavano ritirando sul nuovo fronte, perciò verso la fine di ottobre fu costituito un nucleo per la difesa ravvicinata della fortificazione del Priaforà, impiegando per questo il “13º reparto mitragliatrici speciale”, comandato dal capitano Giovanni Negrotto Cambiaso, che era armato con mitragliatrici Schwarzlose M. 7/12 di preda bellica.

Comunque, la temuta offensiva nemica fu arrestata definitivamente sull’altopiano di Asiago con tre cruente battaglie, la prima delle quali iniziò l’11 novembre e l’ultima finì la sera del 25 dicembre, perciò il Priaforà non subì mai alcun attacco per tutto il resto del conflitto, ma fu solo bombardato saltuariamente dalle batterie nemiche piazzate sul monte Tormeno e in Val Campoluzzo, che tentavano inutilmente di neutralizzare i suoi molesti cannoni da 105 mm.

 

 

RELAZIONE ILLUSTRATIVA

Ing. Roberto Greselin

Il “Ridotto” del Monte Priaforà, costruito su un rilievo appena ad ovest della vetta, costituisce il più esteso e complesso sistema di fortificazioni in caverna presente nell’Alto Vicentino, superato solo dalle opere realizzate sul Pasubio. È costituito da un sistema di gallerie disposte su 4 livelli, tutti comunicanti attraverso scale interne, perché la fortificazione doveva essere autonoma ed essere capace di resistere anche in caso di accerchiamento. L’accesso avviene attraverso una strada militare che parte dal Passo di Campedello ed arriva fino all’imbocco delle gallerie del primo livello. Le opere del piano terra costituiscono il cuore dell’intero complesso con la presenza di depositi, ricoveri per la truppa, cisterna dell’acqua, numerose cannoniere per pezzi di artiglieria di medio calibro oltre a postazioni per la difesa vicina. La galleria principale, con andamento rettilineo all’incirca da Sud a Nord, è ampia, 2,90 x 2,00 m, e lunga circa 90 m. I vari locali sopra descritti sono disposti ai lati e risultano molto ampi, tutti con il pavimento in cemento, oltre alla cisterna dell’acqua potabile. Dall’ingresso, costituito da un’ampia camera, si sviluppano due diramazioni: quella sulla destra con direzione Sud-Est, quella sulla sinistra con direzione Ovest. Il ramo destro, lungo circa 60 m, è in leggera salita. Ha una sezione iniziale di 2,60 x 2,00 m e serve due caverne per cannoni con settore di tiro verso Malga Vaccaresse. Lo sbocco all’aperto, con sezione 1,80 x 2,10 m, è sotto una grande balma rocciosa, dove è stata costruito uno spalto in calcestruzzo per 11 fucilieri, e una postazione per mitragliatrice, che dominano la strada di accesso al “Ridotto”. Il ramo a sinistra, lungo circa 40 m, ha una sezione ridotta, 1,30 x 2,00 m, e termina con due feritoie per mitragliatrici; una copre d’infilata il sentiero che sale da Fusine, l’altra il fianco del monte. Nell’ultima feritoia di questo braccio, sopra il bordo in cemento che delimita la postazione dell’arma, c’è una scritta. È carattere latino e misura 16x10 cm: 4 BIA. Addentrandosi lungo la galleria principale, poco oltre la diramazione di sinistra, c’è una caverna per cannone, con la propria riservetta per le munizioni, con settore di tiro verso i Sogli Bianchi del Pasubio. La galleria principale termina con una biforcazione che serve ad anello la galleria di servizio alle cannoniere. 2 Quest’ultima, con andamento Est – Ovest, è lunga circa 80 m ed ha una sezione di 2,50 x 2,20 m. Da questa galleria si aprono 5 cannoniere che coprono un settore di tiro che parte dai Campiluzzi fino al Monte Cimone. Nella prima cannoniera partendo da Ovest, che aveva settore di tiro su Malga Campo Azzarom, come si ricava da una fotografia d’epoca, si trova il pozzo che metteva in comunicazione il primo ed il secondo livello. Il secondo livello si trova ad una quota superiore di circa 10 m rispetto al primo livello. È costituito da un’unica galleria con andamento a L, con sezione 1,20 x 1,80 m, per una lunghezza complessiva di circa 50 m ed un andamento leggermente in salita, a partire dall’ingresso esterno, sistemato a Sud, fino all’ultima feritoia. La galleria serve 5 postazioni in caverna per mitragliatrice, che coprono tutte le sottostanti cannoniere. In prossimità dell’ingresso, dopo la prima postazione, c’è il pozzo che comunica con il livello inferiore; prima dell’ultima postazione c’è un secondo pozzo che comunica con gli altri due livelli superiori. Sui profili in cemento di due postazioni per mitragliatrice e sullo stipite di una porta si trovano tre scritte. Il terzo livello è ad una quota di circa 10 m più alta. A questo livello corre un sentiero esterno, chiamato nei testi dell’epoca “Cammino di ronda”, che corre sotto la vetta del Priaforà, in fronte alla Val d’Astico, per collegarsi alle postazioni del quarto livello e poi risalire verso la vetta. La galleria del terzo livello, con sezione 1,10 x 1,80 m, è lunga circa 35 m e serviva, probabilmente d’inverno, per evitare un passaggio, scavato nella roccia, molto esposto ed in vista al nemico. A metà di questa galleria si trova la sala comando della fortificazione, profonda 1,85 m e larga 4,80 m, con la parete di ingresso in cemento ancora integra, su cui si legge una scritta d’epoca a matita; e il pavimento in cemento lisciato. L’uscita sul lato Ovest, verso Vaccaresse, ha ancora gli stipiti in cemento per la chiusura antigas e sul bordo del sentiero c’è un pozzo da mina. Il collegamento con il quarto livello è possibile sia attraverso il pozzo interno che utilizzando il “cammino di ronda”, una cui diramazione porta fino all’ingresso della galleria dell’ultimo piano. Quest’ultima ha uno sviluppo ad Y, con i bracci che si diramano dal punto di risalita del pozzo che comunica con il livello inferiore. Il braccio destro, con sezione 0,80 x 1,80 e 3 lungo circa 10 m, scende per circa 1,00 m con una scala scavata nella roccia fino ad una stanza, 3,10 x 3,80, dove era sistemato un osservatorio. Il braccio sinistro, con sezione 1,30 x 1,80, è un po’ più lungo, è piano e sbocca su quello che resta di una feritoia in cemento fatta saltare dai recuperanti. Probabilmente su questa postazione era installato un riflettore.

INTERVENTI DI PROGETTO

L’intero complesso in galleria del Priaforà si trova in buono stato di conservazione, avendo subito pochissimi danni dai recuperanti di fine guerra ed avendo resistito molto bene all’usura del tempo. Le gallerie sono interamente percorribili senza pericoli e quindi gli interventi da fare si limitano allo sgombero dei materiali all’interno delle gallerie, a interventi mirati di consolidamento strutturale e al ripristino o alla ricostruzione di alcuni particolari, sia per prolungarne la durata che per consentirne la leggibilità. Assolutamente necessari, se si vuole permetterne l’agevole fruibilità al pubblico, sono i lavori da effettuare all’esterno delle gallerie per ripristinare gli accessi esterni al secondo e al terzo livello i quali, al momento, sono raggiungibili solo uscendo ed entrando attraverso le feritoie.

1) ACCESSIBILITA’ ESTERNA

Mentre l’accesso al primo livello è garantito dalla strada militare che parte dal Passo di Campedello, oggetto di un recente intervento di manutenzione, sono problematici gli accessi ai livelli superiori dato che, al momento, si deve passare da un piano all’altro entrando ed uscendo dalle feritoie. L’accesso esterno al secondo livello non è ancora stato individuato, ma è molto probabile che il sentiero parta dalla postazione esterna a Sud, per scendere verso la strada. Il terzo livello comprende il “Cammino di ronda” che si dirama dal sentiero CAI che scende a Velo d’Astico e passa sotto la vetta. Questo percorso è chiaramente identificato ma necessita di una pulizia da tutta la vegetazione che lo ha infestato. Inoltre c’è la necessità di ripristinare alcuni passaggi, parzialmente franati in corrispondenza di alcuni canalini, e di installare alcune corde fisse per garantire il transito in sicurezza lungo brevi tratti scavati nella roccia ma 4 particolarmente esposti. Sarebbe opportuno realizzare un collegamento diretto tra il secondo e il terzo livello per permettere al pubblico di procedere nella visita della fortificazione senza dover essere costretto a percorrere l’intero “Cammino di ronda”. Questo collegamento è facilmente realizzabile tracciando un breve sentiero, a partire dalla postazione esterna del secondo livello, fino al tratto del “Cammino di ronda”, che collega il terzo ed il quarto livello che, in quel punto, passa una decina di metri più in alto. Dal quarto livello e fino alla vetta del Priaforà si tratta di ripulire e ripristinare la mulattiera militare ancora identificabile per ampi tratti.

2) PRIMO LIVELLO

Il primo livello costituisce la parte più estesa, più complessa e più interessante dell’intera fortificazione, in quanto comprende al suo interno postazioni di artiglieria, feritoie per mitragliatrici, riservette per le munizioni, ricoveri per la truppa, magazzini ed una cisterna per l’acqua potabile. L’intero sistema di gallerie che lo compongono è stato scavato su uno strato di roccia molto compatto, per cui è richiesto un solo intervento di consolidamento in corrispondenza del punto in cui si stacca il braccio di sinistra della fortificazione, appena dopo l’ingresso. Nel punto in cui si diparte dalla galleria principale il braccio di sinistra attraversa un colatoio naturale attraverso il quale scende del materiale dall’alto ed inoltre le rocce sono un po’ instabili. Il tratto interessato è lungo circa 4,00 m. Una volta reso sicuro il transito di questo tratto, si devono liberare le gallerie dal materiale, per la verità poco, che ingombra il pavimento. All’interno della camera di ingresso è stato accumulato parecchio materiale raccolto in occasione di precedenti interventi di pulitura. I quattro locali che si aprono ai lati della galleria principale devono essere ripuliti dal legname putrido a terra, avendo cura di conservare le poche parti rimanenti del soffitto in legno originale ed i sacchi di cemento ancora accatastati sul pavimento di uno dei locali. La cisterna dell’acqua è già stata pulita e si trova in ottimo stato di conservazione. Si dovrebbe installare una piccola scala con una piattaforma per permettere alle persone di osservarne l’interno senza doversi arrampicare sul muro. Dovrà essere sgomberato tutto il materiale che si trova all’interno delle cannoniere che guardano verso la Val Posina in modo da riportare alla luce il gradino, alto circa 5 1,40 m, tra l’interno della postazione e l’esterno. Per consentire ai visitatori di affacciarsi all’esterno della feritoia si dovranno installare delle scale metalliche fisse. Anche la cengia, dove è realizzato lo spalto per la fanteria, deve essere ripulita da tutti i sassi caduti dall’alto quando sono state smantellate le baracche soprastanti. Un discorso a parte merita l’ipotesi di riaprire la galleria che parte dall’ultima cannoniera a Est e che ora risulta ostruita. Nel corso di un sopralluogo si è trovato il punto dove la galleria sbocca all’esterno con una feritoia di mitragliatrice che domina il vallone sottostante. Probabilmente la galleria non è franata, ma è stata riempita, nel corso degli anni, dal terreno soprastante l’uscita che è scivolato all’interno. Si dovranno effettuare degli scavi preliminari per comprendere se la galleria è solida tale da consentirne il recupero. Il primo intervento che si propone è la ricostruzione del portale d’ingresso dell’intero complesso, che è stato demolito nel secondo dopoguerra. A terra c’è una porzione dell’architrave su cui c’è una scritta, 57x30 cm, la cui originalità non è del tutto certa. Si tratta di una sigla composta con caratteri intrecciati : E E A V B E 1937. La data è sicuramente posteriore, ma è più piccola ed in carattere corsivo. Esiste una foto originale che, attraverso il confronto con le parti originali ancora presenti, permetterebbe una fedele ricostruzione del manufatto. Questo intervento, come si può ricavare dalla fotografia, avrebbe anche la funzione di consolidare la parete rocciosa soprastante.

3) SECONDO LIVELLO

Il secondo livello comprende una serie di cinque postazioni di mitragliatrice in caverna, fatte per proteggere le sottostanti cannoniere, che sono collegate tra loro da una galleria di servizio che sbocca sul versante sud della montagna, in corrispondenza di una postazione in cemento per mitragliatrice che domina Malga Vaccaresse e la valle che sbocca al Passo di Campedello. Partendo dall’esterno, i primi lavori da eseguire sono lo scavo del terreno presente all’interno della postazione, fino a trovare il piano originario; successivamente vanno ripristinati e consolidati i due muri in pietra che conducono all’imbocco della galleria e questo va sgomberato dal materiale franato dall’alto che rende difficoltoso l’ingresso e, per ultimo, va consolidata la porta di ingresso che è del tipo “antigas”. 6 La galleria, in questo piano, è stata scavata in un banco di roccia meno compatto rispetto a quelli degli altri piani. Questo rende necessario l’esecuzione di diffusi, anche se poco impegnativi, lavori di consolidamento delle pareti per i quali potrebbero essere utilizzate le pietre che ingombrano il pavimento, evitando così di doverle portare all’esterno. Il materiale che si trova a terra, all’interno della galleria di collegamento, è molto poco e non richiede un grosso impegno per la pulizia. Analizziamo ora gli interventi necessari per le singole postazioni in caverna. La prima postazione che si incontra, appena dopo l’ingresso e prima del pozzo a scendere, è quella più danneggiata in quanto l’architrave in calcestruzzo della feritoia e una parte della volta in roccia è stata fatta saltare dai recuperanti. La diramazione che collega la postazione alla galleria di manovra deve essere rinforzata in quanto la roccia in alcuni punti è molto disgregata. All’interno della postazione si deve poi consolidare gli elementi di roccia danneggiati dall’esplosione. Va poi ripulito il pavimento fino al livello originario. Si deve fare attenzione a non danneggiare il profilo in cemento che contorna il piano dove era sistemata l’arma perché è inciso il numero della postazione. Scritta in carattere latino, 20x12 cm: N° 5. Nella seconda postazione bisogna rinforzare l’angolo in roccia che si trova in corrispondenza della diramazione. Si deve poi sgomberare il materiale all’interno, avendo cura di non danneggiare il profilo in cemento che forma il gradino del piano dell’arma. La terza postazione necessita solamente di una piccola pulizia. Al suo interno si trovano due scritte. La prima è sul profilo in cemento che delimita la postazione del’arma.  La seconda è un piccolo graffito, 7x9 cm, impresso sul lato interno della parete in calcestruzzo e che riporta il fregio del 5° Rgt. Ge nio. La quarta postazione ha solo bisogno di una piccola pulizia, così come la quinta. In questa ultima deve essere consolidato il profilo in cemento che delimita il piano d’appoggio dell’arma e devono essere riposizionati i pezzi originali che sono stati staccati, ma si trovano ancora in sito.

4) TERZO LIVELLO

Il terzo livello è un breve tratto di galleria scavato tutto in ottima roccia. Non sono perciò necessari interventi di consolidamento, ma solo di pulizia per rimuovere il poco materiale terra. A metà della galleria si trovano i resti della sala comando. Poiché la parete di ingresso, in calcestruzzo, è integra, come pure il pavimento, non sarebbe un intervento particolarmente costoso quello di ripristinare il manufatto. L’orditura del tetto è rilevabile dalle impronte presenti sul muro, ed inoltre esiste un disegno costruttivo originale, che sembra proprio riferibile a questo fabbricato, da cui si possono ricavare altri dettagli costruttivi. All’esterno dell’uscita Ovest, verso Vaccaresse, c’è da consolidare lo stipite della porta che è del tipo “antigas”. Di fronte all’uscita, sul bordo del sentiero, c’è da ripulire un pozzo da mina. Infine, nel tratto del “cammino di ronda” che collega i due ingressi del terzo livello e poi prosegue verso il quarto livello, è opportuno che sulla parete di roccia siano fissate delle funi di acciaio per consentire il passaggio delle persone in sicurezza dato che il sentiero è esposto.

5) QUARTO LIVELLO

Come primo intervento deve essere allargato e sistemato il tratto di sentiero che conduce fino all’ingresso. A partire dall’ingresso, in parte ostruito dal terreno franato nel corso degli anni, si devono ripulire anche le due gallerie. Nel braccio di destra, che scende all’osservatorio, bisogna liberare dal pietrisco le scale scavate nella roccia e deve essere ricomposto l’ultimo gradino, in cemento, i cui frammenti si trovano in fondo alla scala. Il pavimento dell’osservatorio deve essere sgomberato dalle pietre che lo ricoprono in modo da riportare in evidenza il gradino realizzato in corrispondenza della feritoia. Parte delle pietre possono essere utilizzate per consolidare l’angolo destro del locale, appena entrati. Il ramo a sinistra porta a una postazione che domina la val d’Astico e che è stata fatta saltare dai recuperanti. La volta della caverna non esiste più, come pure l’architrave della feritoia i cui grossi frammenti sono tutti all’interno della postazione. 8 Durante il sopralluogo si è potuto rilevare che la parete inferiore della feritoia, coperta dalle macerie, è tutta intonacata con cemento lisciato e presenta l’imposta per l’inserimento di qualche attrezzatura, probabilmente un riflettore. Questo consiglierebbe di ripulire la postazione, anche se l’operazione è abbastanza complessa a causa delle grosse dimensioni delle macerie. 6)

6) COLLEGAMENTI VERTICALI INTERNI.

Il ripristino delle scale all’interno dei pozzi verticali permetterebbe di collegare tutti i quattro piani direttamente dall’interno della fortificazione, come era in origine. In questo modo si faciliterebbe la visita del “ridotto” da parte degli appassionati e, nello stesso tempo, si potrebbe comprendere come si viveva al suo interno durante la guerra. Il recupero dei collegamenti verticali costituisce l’intervento più complesso, non tanto per il costo economico legato alla costruzione delle nuove scale metalliche, quanto per le difficoltà connesse con l’esecuzione dei lavori. Per prima cosa la ristrettezza dei pozzi ed il loro sviluppo non perfettamente rettilineo esclude la possibilità di poter installare al loro interno una normale impalcatura, ma rende necessario allestire, di volta in volta, delle postazioni provvisorie che permettano di eseguire il lavoro in sicurezza. Il personale, inoltre, deve essere sempre dotato di dispositivi anticaduta. In secondo luogo il fatto che i pozzi attraversino vari strati di roccia, non omogenei come consistenza e compattezza, fa sì che le pareti degli stessi non siano sempre stabili. I lavori, pertanto, dovranno essere compiuti partendo dall’alto verso il basso, bonificando e consolidando gli elementi incoerenti della pareti prima di poter installare le scale. Queste ultime, come si è potuto verificare esaminando degli elementi lasciati in sito dai recuperanti, erano a pioli, metalliche, e si sviluppavano su due rampe con un pianerottolo intermedio per ogni collegamento tra un piano e l’altro.

 

Inserito il:09/11/2015 16:04:31
Ultimo Aggiornamento:23/01/2016 15:22:23
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